12 marzo 2010
     
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Isola d’Elba: la Storia
L'isola d’Elba fu occupata nell’antichità da popolazioni del ceppo dei liguri che per prime sfruttarono le sue risorse minerali durante la prima Età del Ferro. Comunque, scavi e varie scoperte, attestano la presenza dell’uomo già dal paleolitico.
Intorno al X secolo a.C., i greci di Phocea si stabilirono sull'isola, attirati dall'abbondanza di ferro. Da questi greci l'isola prese il suo primo nome: “scintille” (Aethana o Aethalia), un'allusione alle scintille prodotte nella fusione del ferro che, a causa del consumo massiccio di legno nei forni a fusione del tempo, portò alla distruzione del patrimonio forestale dell'isola.
Quando gli etruschi ed i greci da Siracusa vi misero piede (nel VI e IV secolo, rispettivamente), la fusione del ferro fu trasferita al continente, nel territorio di Populonia, dove continuò nel periodo romano fino ai primi secoli dell'Impero. Sotto la dominazione romana l'isola prese il nome di Ilva dal nome che indicava i liguri, noti come Ilvates tra i romani, e acquisì una grande importanza economica e commerciale che durò fino a che, la scarsità di terreno boscoso litoraneo, rese necessario proibire la fusione del ferro nei forni. In realtà, con l'espansione continua dei suoi domini in Europa e Asia, Roma aveva preso possesso di giacimenti di ferro più ricchi e che richiedevano sistemi meno costosi e più vantaggiosi di estrazione di quelli praticati nell’isola d’Elba. Alla caduta dell'Impero romano, l’Elba non fu capace di sfuggire all'invasione longobarda e si trovò ad essere governata dal ducato di Lucca. Il nome Elba, sostituendo Ilva, appare per la prima volta in un passaggio da i "Grandi Dialoghi" di Gregorio risalenti alla seconda metà del VI secolo d.C.
Alla fine della dominazione longobarda, l’Elba che, ai tempi di Sextus Pompeus era stato un luogo estremamente fortificato, base navale imprendibile, andò via via aprendosi alle incursioni di greci, pirati normanni e saraceni cominciando a subire una costante depredazione. Dopo un periodo sotto la dominazione papale, l’isola passò nella sfera politica di Pisa. Nel XI secolo l'isola fu invasa dalle truppe di Al-Mujahid che, dopo avere conquistato le Baleari e la Sardegna (1015), aggiunse anche l’Elba ai suoi possedimenti che tenne fino a che non fu sconfitto a Luni dalle flotte unite di Pisa e Genova. Per annullare la minaccia costante da parte dei pirati saraceni, Pisa prese a fortificare un buon numero di località elbane, specialmente Marciana, Rio e Capoliveri, e a ricostruire le fortezze di Luceri e del Volterraio, dove preesistevano acropoli etrusche. La dominazione pisana dell’Elba non fu mai consolidata a causa dei tentativi continui fatti da Genova per prendere l'isola, attirati dai vantaggi strategici e commerciali da questa offerti con la sua posizione centrale nel mar Tirreno. Dopo la battaglia della Meloria (1290), con l’esito disastroso che ebbe per Pisa, i genovesi conquistarono infine l’isola d’Elba, ma solo dopo due anni dovettero ancora cederla ai pisani.


Nel processo che coinvolse l'isola nelle guerre con Firenze, nel 1399 l’Elba fu assorbita dallo Stato di Piombino, fondato da Gherardo Appiano, abile cavalcatore della marea di eventi che cambiarono nello spazio di pochi anni: Signore di Pisa, dopo aver venduto la città a Gian Galeazzo Visconti, trattenne la sua signoria su Piombino, Suvereto, Buriano, Scarlino, Vignale, Populonia, l'Elba stessa, Pianosa e Monte Cristo. Per mantenere il loro piccolo regno i vari signori di Piombino si trovarono volta volta a destreggiarsi tra i poteri rivali di Firenze e Siena e le incursioni saracene da fronteggiare. L’Elba continuò ad essere contestata caldamente da Genova che, nel 1441, presentò un'offerta d’acquisizione; nel 1448 anche Alfonso d’Aragona tentò di conquistarla. Durante le guerre per il predominio sull’Europa tra Francia e Spagna, lo Stato di Piombino, nonostante la sua neutralità dichiarata, non era capace di evitare il coinvolgimento. L'isola d’Elba servì le truppe francesi e spagnole a turno, come base per operazioni navali. Nel 1501, Cesare Borgia, noto come “il Valentino”, figlio di Papa Alessandro VI, esiliò Giacomo IV Appiano. Solo alla morte del Papa nel 1503, Appiano riguadagnò il possesso del suo Stato. Per consolidare il suo potere, Giacomo IV formò un'alleanza con Ferdinando il cattolico; da questo ottenne il grado di capitano dell'esercito spagnolo nel regno di Napoli, l’affidamento di varie truppe ed una flotta per difendere il suo Stato. Nel 1509, per guadagnare anche la protezione di Massimiliano I d’Asburgo, ottenne l’innalzamento della Signoria di Piombino all'eminenza di un Principato, insieme ad una dichiarazione formale del suo status come feudo Imperiale; questo riconoscimento fu ratificato più tardi pure da Rodolfo II d’Asburgo.
Durante il regno di Giacomo V, la costa e le isole toscane furono sottoposte a innumerevoli incursioni saracene, specialmente da parte di Khair ad-din, noto come “Barbarossa”, che aveva stabilito la sua base sull'isola di Palmaiola. L’Elba fu depredata ripetutamente e molti dei suoi abitanti furono deportati come schiavi; alcuni di loro più tardi furono liberati da Carlo V, quando, per rappresaglia, attaccò, e distrusse Tunisi. Comunque il pericolo di incursioni rimase, così, per contrastare la continua minaccia saracena, nel 1548 Carlo V ne affidò la difesa a Cosimo I de' Medici, Duca di Toscana, accordandogli il feudo di Piombino. Questa investitura fu comunque revocata un anno più tardi, in risposta alla duplice protesta della Duchessa Reggente Elena Appiano, madre di Giacomo VI e dei genovesi. Ma l’equilibrio del potere sull’Elba fu alterato lo stesso; i Medici trattennero il territorio dove Portoferraio sarebbe sorto più tardi, la famiglia Appiano, il resto dell'isola.
Sulle rovine dei vecchi distretti amministrativi di Fabricia e Ferraia fu costruita una fortezza, formata da tre forti collegati da solide e potenti opere difensive. Nacque così il paese che avrebbe dovuto prendere il nome di Cosimopoli, in onore di Cosimo ma che, effettivamente, prese il nome meno risonante di Portoferraio. Le mura di difesa Medicee si dimostrarono estremamente efficaci quando, nel 1553, i turchi di Draghut, incoraggiati dalla Francia, attaccarono l'isola e devastarono le isole della famiglia Appiano, mentre Portoferraio restò illeso. Poiché l’Elba era una buona base per le flotte, gli spagnoli, sotto il Viceré di Napoli Juan Alfonso Pimentel Herrera, occuparono forte Longone e vi stabilirono una guarnigione permanente. Dal 1603, quindi, l’isola si trovò sotto un dominio tripartito, condiviso tra il Gran Ducato di Toscana, la dinastia Appiano e la Spagna. Questo equilibrio del potere politico fu preservato fino al 1738, quando la dinastia Medicea si era estinta e la guerra di successione polacca fu risolta dal Trattato di Vienna. L'intero territorio elbano fu assegnato al Gran Ducato di Lorena. Prima di questo evento, dopo che la linea degli Appiano si era estinta, l’Imperatore aveva venduto il Principato di Piombino, nel 1734, a Niccolò Ludovisi, marito di Polissena Appiano, e, nel 1735, forte Longone e lo Stato dei Presidi era stato assorbito dal regno dei Borbone di Napoli. Con la cessione della Corsica alla Francia nel 1768, gli inglesi premettero su Pietro Leopoldo perché acquistasse l’Elba, ma i Borboni e la Francia si opposero a questa mossa.



Nel 1796, con il pretesto di proteggere i 4000 realisti francesi che avevano preso ricovero a Portoferraio due anni prima, gli inglesi reagirono all’occupazione repubblicana di Livorno (Leghorn), sbarcando sull’Elba. Questa situazione caotica, risultato delle incessanti scaramucce tra Francia, Inghilterra, i Borbone ed i Lorena, fu raddrizzata solamente nel 1802. Allora il Trattato di Pace di Amiens stabilì che l’isola d’Elba fosse annessa alla Francia. Il sistema amministrativo francese fu applicato sull'isola, la cui circoscrizione incluse anche le isole di Capraia, Pianosa, Palmaiola e Monte Cristo. Sotto il dominio francese fu migliorata la rete stradale, riattivato il commercio e incrementata notevolmente l’economia. Il nuovo sistema fiscale e l'introduzione di una tassa sulla terra, comunque, condussero a un serio squilibrio e allo scontento, specialmente fra i piccoli possidenti e, in generale, fra tutti quelli che non traevano beneficio dal commercio marittimo. Nell'area di Capoliveri, soprattutto, l'antipatia per i francesi portò a frequenti rivolte, soppresse inevitabilmente nel sangue.
Dal Trattato di Fontainbleau (11 aprile 1814), l’Elba, insieme a Pianosa e Palmaiola venne a costituire un regno indipendente e fu assegnata a Napoleone che stette sull'isola dal 1814 al 26 Frebuary 1815. Durante il breve regno di Napoleone, non solo le condizioni economiche dell'isola rimasero immutate ma neanche le riforme amministrative progettate ebbero successo. Sebbene Napoleone tentasse di riattivare il commercio e rivitalizzare l'industria di estrazione, il bisogno di soldi lo costrinse ad espropriare il reddito dalle miniere e ad aumentare le tasse sulla terra. Questo rese ostili gli orgogliosi abitanti di Capoliveri; quest’ultimi si ribellarono all'avidità del sovrano e attenuarono la loro resistenza solo alla minaccia delle armi. Per facilitare le comunicazioni tra i più importanti punti strategici dell'isola, Napoleone ordinò una serie di migliorie stradali, aprì la strada per Pontolongone e costruì una nuova strada per Lacona; si preoccupò di modernizzare l'agricoltura e sviluppare la pesca, con la creazione di reti per la pesca del tonno. Soprattutto, pensò a costruirsi una sua guarnigione militare ed una piccola flotta il più efficienti possibile. Si sforzò di guadagnare il favore della borghesia locale, ammorbidendola con titoli onorari ed inviti alla sua corte, dove aveva imposto un'etichetta assai pomposa e complicata.
Dopo il regno di Napoleone, l'isola tornò al Gran Ducato di Toscana e infine al Regno d'Italia nel 1860. L’unificazione segnò l'alba di una nuova era economica per l’isola d’Elba. Entrare nell'unità di un grande stato moderno, con le inevitabili tassazioni ed il riconoscimento amministrativo condusse alla fatale perdita di quei benefici che il governo del Gran Ducato aveva accordato alla popolazione dell'isola, con l’intento di trarli fuori dalla crisi in cui si erano trovati dopo la dominazione francese ed il breve regno di Napoleone. I quattro pilastri dell'economia elbana, la raccolta di sale, la coltivazione della vite, la navigazione e lo sfruttamento delle miniere di ferro, entrarono in grossa crisi verso la fine del secolo. Le saline cessarono le loro attività; un’epidemia di fillossera provocò la distruzione delle viti; la domanda di macchine a vapore sulle navi soppiantò la navigazione. L'economia dell’Elba concentrò tutte le sue energie sullo sfruttamento del minerale ferroso, del ferro e sulla produzione dell’acciaio. Portoferraio, con le sue fornaci, costruite tra il 1900 ed il 1902, divenne un centro industriale di importanza nazionale. Tuttavia, nel 1947, l’industrie del ferro e dell’acciaio, danneggiate nei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, furono ritenute anti-economiche e smantellate. L'isola precipitò, dunque, in uno stato di depressione terribile dal quale uscì fuori abbastanza rapidamente grazie alla scoperta e allo sfruttamento del suo altissimo potenziale turistico.

Fonte: “L’isola d’Elba”


 



 
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